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La passione di Gesù Cristo

Cinquanta ragioni per cui Cristo soffrì e morì

di John Piper

INTRODUZIONE

Il Cristo, la crocifissione e i campi di concentramento

La domanda più importante del ventunesimo secolo è: perché Gesù Cristo dovette soffrire tanto? Ma non potremo capirne la risposta se non riusciremo a vedere oltre le cause umane. La risposta definitiva all’interrogativo su "chi" crocifisse Gesù è: Dio. Si tratta di un pensiero inquietante. Gesù era il Figlio di Dio, eppure la sua sofferenza fu estrema. Tuttavia, il messaggio della Bibbia nel suo complesso indirizza a questa conclusione.

Dio lo fece per il bene

Il profeta ebreo Isaia affermò: «Il Signore ha voluto stroncarlo con i patimenti» (Isaia 53:10). Il Nuovo Testamento cristiano dichiara: «[Dio] non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti» (Romani 8:32), e ancora: «Dio lo [Cristo] ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue » (Romani 3:25). Ma in che modo questo atto divino si collega alle azioni e all’orribile peccato degli uomini che uccisero Gesù?

La risposta della Bibbia è espressa in una preghiera dei primi cristiani: «[…] Contro il tuo santo servitore Gesù, che tu hai unto, si sono radunati Erode e Ponzio Pilato, insieme con le nazioni e con tutto il popolo di Israele, per fare tutte le cose che la tua volontà e il tuo consiglio avevano prestabilito che avvenissero» (Atti 4:27-28). La profondità e la portata di questo sovrano atto divino ci toglie il respiro! Questa è la chiave della nostra salvezza. Dio l’ha predisposta e, per mezzo di uomini malvagi, egli ha compiuto un gran bene per il mondo. Potremmo usare una parafrasi della Torah: i malvagi avevano pensato del male, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene (cfr. Genesi 50:20).

E poiché Dio ha trasformato il male in bene, noi dobbiamo superare la questione delle cause umane della morte di Cristo per considerare lo scopo divino. La realtà essenziale della morte di Gesù non è la causa, bensì lo scopo, ossia il suo significato. Gli uomini avranno avuto le loro ragioni per togliere di mezzo Gesù, ma soltanto Dio poteva trarre il bene da quel male. Il significato della morte di Gesù in relazione agli scopi di Dio per il mondo è insondabile. Con questo piccolo libretto non farò altro che scalfire la superficie della verità. Riflettendo su cinquanta ragioni per cui Cristo soffrì e morì, il mio scopo è di lasciar parlare la Bibbia. È qui, infatti, che riceviamo la Parola di Dio. Caro lettore, la mia preghiera è che queste riflessioni t’inducano alla ricerca perenne per conoscere sempre di più il grande disegno di Dio mediante la morte del Figlio suo.

Che cosa significa la parola "passione"?

Noi associamo almeno quattro realtà al concetto di "passione": il desiderio sessuale, lo zelo per un qualche compito, un oratorio di J. S. Bach e le sofferenze di Gesù Cristo. Questa parola deriva da un vocabolo latino che significa «sofferenza». È in questo senso che impiegherò il termine rispetto alle sofferenze e alla morte di Gesù Cristo. Tuttavia, il vocabolo si collega anche ad altre passioni e approfondisce il significato del sesso, ispira la musica e incoraggia le nobili imprese compiute sulla terra.

Perché la passione di Gesù fu unica?

Perché le sofferenze e l’esecuzione di un uomo condannato con l’accusa di voler usurpare il trono di Roma generarono, nei successivi tre secoli, una capacità di soffrire e di amare tale da trasformare l’Impero Romano e, ancora oggi, stanno trasformando il mondo? La risposta è che la passione di Gesù fu assolutamente unica e la sua risurrezione dai morti tre giorni dopo fu un atto di Dio per rivendicare ciò che la sua morte aveva portato a compimento.

La passione di Gesù Cristo fu unica perché egli era più che un semplice essere umano. Nulla di meno, ma anche infinitamente più che un uomo. Come afferma l’antico Simbolo di Nicea, egli era: «Dio da Dio». Questa è la testimonianza di coloro che lo conoscevano e furono da lui ispirati a spiegare chi egli è. L’apostolo Giovanni si riferisce a Cristo chiamandolo «il Verbo» o «la Parola», e scrisse: «Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta […] E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre» (Giovanni 1:1-3,14).

Aggiungiamo alla sua deità la sua completa innocenza rispetto alle sue sofferenze. Non soltanto innocente dall’accusa di bestemmia, ma di ogni peccato. Uno dei discepoli a lui più vicino dichiarò: «Egli non commise peccato e nella sua bocca non si è trovato inganno» (1 Pietro 2:22). Uniamo a tale unicità il fatto che egli abbracciò la sua stessa morte con assoluta autorità. Quella che segue è una delle dichiarazioni più sbalorditive che Gesù fece a proposito della sua morte e risurrezione: «Io depongo la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla. Quest’ordine ho ricevuto dal Padre mio» (Giovanni 10:17-18). Dunque, la controversia su "chi" uccise Gesù è marginale, perché lui stesso scelse di morire e perché il Padre lo aveva decretato.

La passione di Cristo fu rivendicata dalla sua risurrezione

Per l’unicità della sua passione, Dio risuscitò Gesù dai morti. Accadde tre giorni dopo: la domenica, la mattina presto, Cristo risorse dai morti e apparve numerose volte ai suoi discepoli per quaranta giorni prima della sua ascensione al cielo (cfr. Atti 1:3).

I discepoli furono lenti a credere che questo fosse veramente accaduto. Non erano degli ingenui primitivi, bensì dei commercianti molto pratici e coi piedi per terra. Sapevano che gli uomini non ritornano dai morti. Ad un certo punto, Gesù chiese del pesce da mangiare per provare loro di non essere un fantasma (cfr. Luca 24:39-43). Non si trattava della rianimazione di un cadavere, ma della risurrezione del Dio-Uomo ad una indistruttibile nuova vita. Perciò la chiesa primitiva lo acclamò Signore del cielo e della terra. I credenti confessavano che «dopo aver fatto la purificazione dei peccati [Cristo] si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi» (Ebrei 1:3). Gesù aveva portato a termine l’opera che Dio Padre gli aveva dato da compiere, e la sua risurrezione era la prova che il Padre era soddisfatto. Perciò questo libro vuole illustrare che cosa ha realizzato la passione di Gesù per il mondo.

La passione di Cristo e la passione di Aushwitz

È davvero una tragedia che la passione di Cristo abbia prodotto l’antisemitismo e le crociate contro i Musulmani. Noi cristiani di oggi ci vergogniamo di molti dei nostri antenati che professavano di essere credenti, i quali non agirono secondo lo spirito di Cristo. Senza dubbio ci sono ancora tracce di questa piaga nelle nostre anime. Infatti, il vero cristianesimo – che è radicalmente distinto dalla cultura occidentale e che non si trova in molte "chiese" – rigetta l’idea di un’avanzata della fede per mezzo della violenza. Gesù disse: «Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero» (Giovanni 18:36). La via della croce è la via della sofferenza. Ai cristiani è chiesto di morire e non di uccidere, per mostrare al mondo come sono amati da Cristo.

Oggigiorno, questo stesso amore, con umiltà e con audacia, non importa a quale costo, proclama Cristo ad ogni sorta di persone e di popoli come sola via che porta a Dio e alla salvezza: «Gesù gli disse: "Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me"» (Giovanni 14:6). Ma sia assolutamente chiaro: non è cristiano umiliare, disprezzare, opprimere e perseguitare con mezzi di potere quali crociate, pogrom e campi di concentramento. Queste cose erano, e sono, una semplice ed orribile disobbedienza a Gesù Cristo. Diversamente da molti suoi seguaci, egli pregò dalla croce dicendo: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Luca 23:34).

La passione di Gesù Cristo è l’evento più importante della storia umana e la questione personale e politica più esplosiva del ventunesimo secolo. Negare che Cristo fu crocifisso è come negare che ci fu l’Olocausto. Per alcuni, è semplicemente troppo orribile per poterne parlare. Per altri si tratta di un’elaborata cospirazione per costringere al conformismo religioso. Ma dal punto di vista della storia umana quelli che negano questi fatti vivono in un mondo dei sogni. Gesù Cristo soffrì in modo immane. E così accadde agli Ebrei.

Non sono il primo a collegare il Calvario ai campi di concentramento e le sofferenze di Gesù a quelle degli Ebrei. Elie Wiesel, nel libro intitolato Night, con parole che spezzano il cuore, che frantumano le illusioni e che tappano la bocca, racconta la sua esperienza di ragazzo nel campi di concentramento di Auschwitz, Buna, e Buchenwald insieme a suo padre. Viveva sempre sotto la minaccia della "selezione", ossia della rimozione dei deboli per essere uccisi e bruciati nei forni. Ad un certo punto, e solo in quel punto, Wiesel accosta il Calvario ai campi di concentramento parlando di un vecchio rabbino, Akiba Dumer.

Akiba Dumer ci lasciò, vittima della selezione. Ultimamente, aveva vagato fra noi dicendo a tutti della sua debolezza: «Non ce la faccio più. È tutto finito». Era impossibile fargli coraggio. Non ascoltava ciò che dicevamo. Riusciva solo a ripetere che per lui era tutto finito, che non poteva più lottare, che non aveva più forza, né fede. Ad un tratto i suoi occhi divennero senza espressione: niente altro che due ferite aperte, due pozzi di terrore.

Poi Wiesel fa questo commento provocatorio: «Povero Akiba Dumer, se solo avesse potuto continuare a credere in Dio, se avesse visto una prova di Dio in questo Calvario, non sarebbe stato preso dalla selezione». Non ho la presunzione di mettere le parole in bocca ad Elie Wiesel. Non sono sicuro di ciò che intendesse dire, ma quella lettura suscitò in me la domanda: perché l’accostamento fra il Calvario e il campo di concentramento?

Ponendo questa domanda, non sto pensando a cause e colpe, ma piuttosto al significato e alla speranza. È mai possibile che le sofferenze degli Ebrei trovino, non la loro causa, ma il loro significato ultimo nelle sofferenze di Gesù Cristo? È possibile pensare, non alla passione di Cristo come alla via che porta ad Auschwitz, ma ad Auschwitz come alla via che porta alla comprensione della passione di Cristo? L’accostamento fra Calvario e campi di concentramento è un accostamento che produce un’incommensurabile empatia? Forse solo Gesù comprende fino in fondo cosa accadde durante la «lunga notte» della sofferenza degli Ebrei. E forse la generazione di persone ebree, i cui genitori e i cui nonni subirono una tremenda crocifissione, potrà, come nessun’altra generazione, afferrare cosa accadde al Figlio di Dio sul Calvario. È una domanda che pongo e a cui non pretendo di rispondere.

Ma so questo per certo: che quei "cristiani", quei falsi cristiani, che costruirono i campi di concentramento non conobbero l’amore che portò Gesù al Calvario. Costoro non conobbero il Cristo che, invece di uccidere per salvare una cultura, morì per salvare il mondo. Ma ci sono dei cristiani, i veri cristiani, che hanno compreso il significato della passione di Gesù Cristo e sono stati vinti e umiliati dalle sue sofferenze. Sono forse proprio costoro coloro che, meglio di tanti altri, possono vedere e almeno cominciare a comprendere le sofferenze degli Ebrei?

Quale ironia che i cristiani siano stati antisemiti! Gesù e tutti i suoi primi seguaci erano Ebrei. Coloro che furono coinvolti nella crocifissione provenivano da ogni parte della Palestina, e non si trattava solo di Giudei. Coloro che si opposero alla crocifissione provenivano da ogni parte della Palestina, e non si trattava solo di Giudei. Dio stesso era il primo "regista" nella morte di suo Figlio, perciò la domanda principale non è «Quali uomini procurarono la morte di Gesù?», ma «che cosa procurò agli uomini la morte di Gesù?», inclusi gli Ebrei, i Musulmani, i Buddisti, gli Indù e gli atei e tutti gli altri esseri umani.

Quando tutto è stato detto e fatto, la domanda cruciale è: «Perché?». Perché Cristo soffrì e morì? Non «perché» nel senso della causa, ma «perché» nel senso dello scopo. Cosa ottenne Cristo con la sua passione? Perché dovette soffrire tanto? Quale grande evento si compì sul Calvario per il mondo?

Questo è quanto verrà trattato nel resto del libro. Ho individuato nel Nuovo Testamento cinquanta ragioni per cui Cristo soffrì e morì. Non cinquanta cause, ma cinquanta motivazioni. La domanda su cosa compì Dio per i peccatori come noi mandando suo Figlio a morire sulla croce, è infinitamente più importante della domanda su chi fu la causa della sua morte. Ed è questa domanda che ora rivolgiamo la nostra attenzione.

Cinquanta ragioni per cui Cristo soffrì e morì :

  1. Per prendere su di sé l’ira di Dio

  2. Per compiacere il Padre celeste

  3. Per imparare l’obbedienza ed essere reso perfetto

  4. Per ottenere la propria risurrezione dai morti

  5. Per mostrare la ricchezza dell’amore e della grazia di Dio per i peccatori

  6. Per mostrare il suo amore per noi

  7. Per annullare le imposizioni della legge divina i cui comandamenti ci condannavano

  8. Per divenire il prezzo di riscatto per molti

  9. Per perdonare i nostri peccati

  10. Per provvedere il fondamento per la nostra giustificazione

  11. Per perfezionare l’obbedienza che è la nostra giustizia

  12. Per cancellare la nostra condanna

  13. Per abolire la circoncisione e tutti i rituali come base per la salvezza

  14. Per portarci alla fede e mantenerci fedeli

  15. Per renderci santi, senza macchia e perfetti

  16. Per darci una pura coscienza

  17. Per ottenere per noi tutto ciò che è buono

  18. Per guarirci dai mali morali e fisici

  19. Per dare vita eterna a tutti coloro che credono in lui

  20. Per sottrarci al presente secolo malvagio

  21. Per riconciliarci con Dio

  22. Per portarci a Dio

  23. Per farci essere suoi

  24. Per darci libero accesso al luogo santissimo

  25. Per diventare per noi il luogo dove incontrare Dio

  26. Per porre termine al sacerdozio dell’Antico Testamento e divenire il grande sommo sacerdote

  27. Per diventare un sacerdote in grado di simpatizzare con noi e aiutarci

  28. Per liberarci dalla vanità della nostra stirpe

  29. Per liberarci dalla schiavitù del peccato

  30. Per farci morire al peccato e vivere secondo giustizia

  31. Per farci morire alla legge e portare frutto a Dio

  32. Per renderci capaci di vivere per Cristo e non per noi stessi

  33. Per fare della sua croce il nostro vanto

  34. Per renderci capaci di vivere per fede

  35. Per dare al matrimonio il suo significato più profondo

  36. Per creare un popolo appassionato nel compiere buone opere

  37. Per chiamarci a seguire il suo esempio di umiltà e di amore pronto al sacrificio

  38. Per creare una compagnia di seguaci crocifissi

  39. Per liberarci dai legami della paura della morte

  40. Per farci essere con lui immediatamente dopo la morte

  41. Per assicurare la nostra risurrezione dai morti

  42. Per disarmare i principati e le podestà

  43. Per manifestare la potenza di Dio mediante il Vangelo

  44. Per annientare l’ostilità fra le razze

  45. Per riscattare persone di ogni razza, lingua, popolo e nazione

  46. Per raccogliere tutte le sue pecore da tutto il mondo

  47. Per liberarci dal giudizio finale

  48. Per procurare la sua gioia e la nostra

  49. Per essere incoronato con gloria e onore

  50. Per mostrare che il male peggiore è stato usato da Dio per far trionfare il bene

Per prendere su di sé l’ira di Dio

«Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi (poiché è scritto: "Maledetto chiunque è appeso al legno")» (Galati 3:13).

«Dio lo [Cristo] ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, avendo usato tolleranza verso i peccati commessi in passato» (Romani 3:25).

«In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati» (1 Giovanni 4:10).

Se Dio non fosse giusto, non ci sarebbe stato bisogno che suo Figlio soffrisse e morisse. E se Dio non fosse amorevole, non sarebbe stato disposto a far soffrire e morire suo Figlio. Ma Dio è giusto ed amorevole. Pertanto il suo amore è disposto a far fronte alle esigenze della sua giustizia.

Ecco quanto esigeva la legge di Dio: «Tu amerai dunque il Signore tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze» (Deuteronomio 6:5). Ma noi tutti abbiamo amato altre cose di più. Questo è il peccato: disonorare Dio preferendo altre cose a lui e comportandoci secondo tali preferenze. Per questo la Bibbia dice: «tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio» (Romani 3:23). Noi glorifichiamo quello che ci piace di più. E non si tratta di Dio.

Pertanto il peccato non è poca cosa, perché non va contro un piccolo Sovrano. La gravità di un’offesa aumenta in proporzione alla dignità della persona offesa. Il Creatore dell’universo merita infinito rispetto, ammirazione e fedeltà. Perciò, mancare di amarlo non è una banalità: è un tradimento, qualcosa che diffama Dio e distrugge la felicità umana.

Poiché è giusto, Dio non spazza questi crimini per nasconderli sotto il tappetino dell’universo. Egli è pervaso da una santa ira contro il peccato, il quale merita di essere punito, tanto che egli ha detto chiaramente: «il salario del peccato è la morte» (Romani 6:23); «chi pecca morirà» (Ezechiele 18:4).

Incombe una santa maledizione su tutto il peccato. Non punirlo sarebbe ingiusto, sancirebbe il degrado di Dio e farebbe regnare una menzogna nel cuore della realtà. Per questo Dio dice: «"Maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica"» (Galati 3:10; Deuteronomio 27:26).

Però l’amore di Dio non si ferma davanti alla maledizione che incombe su tutta l’umanità peccatrice. Egli non si compiace di mostrare la sua ira, per quanto santa essa sia. Perciò Dio manda il suo Figlio a prendere su di sé la sua ira e a subire la maledizione per tutti coloro che credono in lui: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi» (Galati 3:13).

Questo è il significato della parola "propiziazione" nel testo citato sopra (Romani 3:25). Esso si riferisce alla rimozione dell’ira di Dio mediante un sostituto provveduto da lui stesso. Il sostituto, Gesù Cristo, non si limita solo ad annullare l’ira, ma la storna da noi per dirigerla a se stesso. L’ira di Dio è giusta ed è stata riversata, non ritirata.

Non scherziamo con Dio e non banalizziamo il suo amore. Non proveremo mai abbastanza timore reverenziale per il fatto essere amati da Dio finché non riconosceremo la gravità del nostro peccato e la giustizia della sua ira nei nostri confronti. Ma quando, per grazia, i nostri occhi si apriranno e vedremo la nostra indegnità, allora potremo guardare alle sofferenze e alla morte di Cristo e dire: «In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati" (1 Giovanni 4:10).

Per mostrare la ricchezza dell’amore e della grazia di Dio per i peccatori

«Difficilmente uno morirebbe per un giusto; ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Romani 5:7-8).

«Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna» (Giovanni 3:16).

«In Lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia» (Efesini 1:7).

La misura dell’amore di Dio per noi si manifesta grazie a due cose: una è il livello di sacrificio compiuto per salvarci dal castigo per il nostro peccato; l’altra è il livello di indegnità che avevamo quando egli ci ha salvati.

Possiamo percepire la misura del suo sacrificio nelle parole: «Dio […] ha dato il suo unigenito Figlio» (Giovanni 3:16). Ma possiamo sentirla anche nel termine «Cristo». Questo è un nome basato sul titolo greco Christos, ovvero "Unto", "Consacrato", il "Messia". È un termine di grande dignità. Il Messia avrebbe dovuto essere il Re di Israele; avrebbe dovuto sconfiggere i Romani, portando pace e sicurezza in Israele. Pertanto la persona che Dio inviò per salvare i peccatori era il suo divino Figlio, il suo unigenito Figlio e il Re consacrato d’Israele, davvero il re del mondo (Isaia 9:6-7).

Quando, considerando tutto questo, pensiamo all’orribile morte per crocifissione che Cristo patì, diventa chiaro che il sacrificio che Padre e Figlio compirono fu indescrivibilmente grande, anzi infinito, se si considera la distanza che separa il divino dall’umano. Ma Dio scelse di compiere questo sacrificio per salvarci.

La misura del suo amore per noi aumenta ancora quando consideriamo la nostra indegnità: «Difficilmente uno morirebbe per un giusto; ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Romani 5:7-8). Noi meritavamo il castigo divino, non il divino sacrificio.

Ho sentito qualcuno dire: «Dio non morì per delle rane. Così tenne conto del nostro valore di esseri umani». Questo sovverte la grazia: noi siamo peggiori delle rane. Esse non hanno peccato, non si sono ribellate contro Dio, trattandolo con tanto disprezzo da considerarlo insignificante per le loro vite. Non c’era bisogno che Dio morisse per le rane. Esse non sono abbastanza cattive. Ma noi sì. Il nostro debito è talmente grande che solo un sacrificio divino avrebbe potuto estinguerlo.

C’è solo una spiegazione al sacrificio compiuto da Dio per noi. Questa non è data da quello che noi siamo, ma dalle «ricchezze della sua grazia» (Efesini 1:7). È tutto gratuito. Dio non ha sacrificato suo Figlio tenendo conto del nostro valore, ma della sovrabbondanza del suo valore infinito. Infatti, questo è in definitiva l’amore divino: una passione che travolge, a caro prezzo, dei peccatori immeritevoli con qualcosa che ci renderà immensamente felici per sempre, vale a dire la sua infinita bellezza.

Per mostrare il suo amore per noi

«Cristo [ci] ha amati e ha dato se stesso per noi in offerta e sacrificio a Dio quale profumo di odore soave» (Efesini 5:2).

«Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei» (Efesini 5:25).

«[Egli] mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Galati 2:20).

La morte di Cristo non è solo la dimostrazione dell’amore di Dio (Giovanni 3:16), ma anche la suprema espressione dell’amore di Cristo stesso per tutti coloro che lo ricevono come il proprio tesoro. I primi testimoni che soffrirono di più per il fatto di essere cristiani furono conquistati da questo fatto: Cristo «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Galati 2:20). Essi consideravano in modo molto personale la donazione di sé compiuta da Cristo nel suo sacrificio, e dicevano: «Egli mi ha amato! Ha dato se stesso per me!».

Certamente questo è il modo in cui anche noi dovremmo intendere le sofferenze e la morte di Cristo: esse hanno a che fare con me; sono la dimostrazione dell’amore di Cristo per me personalmente. È il mio peccato che mi separa da Dio, non il peccato in generale. È per la durezza del mio cuore e la mia insensibilità spirituale che io sottovaluto il valore di Cristo. Io sono perduto e sto perendo. Rispetto alla salvezza ho perso qualsiasi pretesa di giustizia. Tutto ciò che posso fare è di implorare pietà.

Poi vedo Cristo soffrire e morire. Per chi? È scritto: «Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei» (Efesini 5:25); «Nessuno ha amore più grande di quello di dar la sua vita per i suoi amici» (Giovanni 15:13); «il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti» (Matteo 20:28).

Allora mi chiedo: Ci sono anch’io fra i «molti»? Posso essere uno dei suoi «amici»? Potrei appartenere alla «chiesa»? E sento la risposta: «Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato» (Atti 16:31); «chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato» (Romani 10:13); «chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati mediante il suo nome» (Atti 10:43); «a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar figli di Dio» (Giovanni 1:12); «Chiunque crede in lui non [perisce], ma [ha] vita eterna» (Giovanni 3:16).

Il mio cuore ha un fremito ed io comprendo la bellezza e la bontà di Cristo come mio tesoro, e il mio cuore è inondato da questa grandiosa realtà: l’amore di Cristo per me. Perciò posso affermare insieme con quei primi testimoni: «Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me».

Ma che cosa significa? Significa che egli pagò il prezzo più alto possibile per dare a me il maggior dono possibile. E in cosa consiste? Nel dono per cui egli pregò alla fine della sua vita: «Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati, affinché vedano la mia gloria» (Giovanni 17:24). Nella sua sofferenza e nella sua morte, «noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, piena di grazia e di verità " (Giovanni 1:14). Quello che abbiamo visto basta a conquistarci e a farci abbracciare la sua causa. Però il meglio deve ancora venire. Egli morì per assicurarci tutto questo. Ecco l’amore di Cristo.

Per perdonare i nostri peccati

«In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia» (Efesini 1:7).

«Questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati» (Matteo 26:28).

Quando noi condoniamo un debito, oppure perdoniamo un’offesa o un torto, non pretendiamo un pagamento per essere risarciti. Questo sarebbe l’opposto del perdono. Se veniamo risarciti di quello che abbiamo perso, non c’è più bisogno di perdono: riceviamo ciò che ci spetta.

Il perdono presuppone la grazia. Se tu mi fai un torto, la grazia mi spinge a passarci sopra. Io non ti denuncio. Ti perdono. La grazia dà quello che uno non si merita. Ecco perché il perdono contiene in sé la parola "dono". Perdonare non consiste nel prendersi la rivincita, ma nel rinunciare al diritto di farlo.

Ecco come Dio si comporta con noi quando crediamo in Cristo: «chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati mediante il suo nome» (Atti 10:43). Se noi crediamo in Cristo, Dio non ci imputa più i nostri peccati. È Dio in persona ad affermarlo nella Bibbia: «Io, io sono colui che per amor di me stesso cancello le tue trasgressioni» (Isaia 43:25); «Come è lontano l’oriente dall’occidente, così ha egli allontanato da noi le nostre colpe» (Salmo 103:12).

Però questo fa sorgere un problema. Tutti sappiamo che il perdono non basta, e ce ne rendiamo chiaramente conto solo quando il torto è gravissimo, come nel caso di omicidio o di stupro. Né la società né il mondo intero andrebbero avanti se i giudici (o Dio) dicessero semplicemente ad ogni assassino e stupratore: «Sei pentito? Va bene. Lo Stato ti perdona. Puoi andare». In casi come questi, vediamo che, sebbene la vittima sia disposta al perdono, lo Stato non può rinunciare a fare giustizia.

Accade la stessa cosa con la giustizia di Dio. Tutto il peccato è grave, perché è contro Dio (vedere il cap. 1). Egli è colui la cui gloria viene disonorata quando noi lo ignoriamo, gli disubbidiamo oppure lo bestemmiamo. La sua giustizia non gli permetterà di lasciarci semplicemente andare impuniti, non meno di quanto un giudice umano non possa condonare i debiti che i criminali hanno contratto con la società. Il danno arrecato alla gloria di Dio dal nostro peccato deve essere riparato, affinché, nella giustizia, la sua gloria splenda ancora più fulgida. E il fatto che a noi, che siamo dei criminali, è concesso di essere messi in libertà ed essere perdonati, dimostra in maniera clamorosa che l’onore di Dio rimane intatto anche quando vengono lasciati liberi quelli che in precedenza erano stati dei bestemmiatori.

Ecco perché Cristo soffrì e morì: «In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati» (Efesini 1:7). A noi il perdono non costa niente. Tutta la nostra "costosa" obbedienza è il frutto, non la radice, del perdono ricevuto: ecco perché lo definiamo "grazia". Però, a Gesù, il perdono costò la vita: ecco perché lo definiamo "giustizia". Oh, quant’è prezioso sapere che Dio non ci imputa i nostri peccati! E quanto è meraviglioso Cristo, nel cui sangue Dio ha fatto giustizia!

Per cancellare la nostra condanna

«Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio, e anche intercede per noi» (Romani 8:33-34).

Il grande risultato della sofferenza e della morte di Cristo è questo: «Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù» (Romani 8:1). Essere «in Cristo» significa essere in relazione con lui mediante la fede. La fede in Cristo ci unisce a Cristo, in modo che la sua morte divenga la nostra morte e la sua perfezione la nostra perfezione. Cristo diviene il nostro castigo (che noi non dobbiamo subire) e la nostra perfezione (che noi non possiamo esibire).

La fede non è la base della nostra accettazione da parte di Dio. Solo Cristo lo è. La fede ci unisce a Cristo cosicché la sua giustizia ci venga messa in conto: «Sappiamo che l’uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato» (Galati 2:16). Essere «giustificati dalla fede» ed essere «giustificati in Cristo» (Galati 2:17) sono espressioni parallele. Siamo in Cristo mediante la fede, e quindi siamo giustificati.

Quando viene posta la domanda: «Chi li condannerà?», la risposta sottintesa è: «Nessuno!». Poi viene dichiarato il motivo basilare: «Cristo Gesù è colui che è morto». È la morte di Cristo a garantirci che siamo liberi dalla condanna. È certo che non possiamo essere condannati quanto è certo che Cristo morì. Nel tribunale di Dio, non corriamo il pericolo di essere processati per un reato da cui siamo stati già assolti. Non saremo condannati due volte per gli stessi crimini. Cristo è morto una volta sola per i nostri peccati. Noi non saremo condannati per essi. La condanna non c’è più non perché non ci sia mai stata, ma perché è già stata scontata.

Ma che cosa dire della condanna da parte del mondo? Possiamo, anche in questo caso, rispondere: «Nessuno!» alla domanda: «Chi li condannerà?». Non sono, forse, i cristiani condannati dal mondo? Ci sono stati molti martiri. La risposta è che nessuno può condannarci con successo. Si possono portare delle accuse, ma nessuna alla fine reggerà: «Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica» (Romani 8:33). Similmente, quando la Bibbia pone la domanda: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Romani 8:35), la risposta non è che tali cose non accadono ai cristiani, ma che: «n tutte queste cose, siamo più che vincitori in virtù di colui che ci ha amati» (Romani 8:37).

Il mondo pronuncerà la sua condanna, potranno anche accompagnarla con la spada, ma noi sappiamo che la corte suprema più importante di tutte ha già decretato in nostro favore: «Se Dio è per noi chi sarà contro di noi?» (Romani 8:31). Nessuno avrà successo. Se ci rifiutano, Dio ci accetta. Se ci odiano, egli ci ama. Se ci imprigionano, egli rende libero il nostro spirito. Se ci affliggono, egli ci raffina col fuoco. Se ci uccidono, egli rende la morte un transito per il paradiso. Non possono sconfiggerci. Cristo è morto! Cristo è risorto! Noi siamo vivi in lui, e in lui non c’è condanna! Siamo perdonati, e siamo giusti! «Il giusto se ne sta sicuro come un leone» (Proverbi 28:1).

Per darci una coscienza pura

«Quanto più il sangue di Cristo, che mediante lo Spirito eterno offrì se stesso puro di ogni colpa a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente!» (Ebrei 9:14).

Certe cose non cambiano mai. Il problema di una coscienza sporca è vecchio quanto Adamo ed Eva. Non appena essi peccarono, la loro coscienza fu contaminata. Il loro senso di colpa fu disastroso: guastò la loro relazione con Dio, ed essi si nascosero da lui; rovinò la loro relazione, ed essi presero ad accusarsi a vicenda; intaccò la loro pace con se stessi, e, per la prima, essi si videro per quello che erano e se ne vergognarono.

Da un capo all’altro dell’Antico Testamento, la coscienza appare sempre come un problema. I sacrifici degli animali non potevano purificare la coscienza: «I doni e i sacrifici offerti secondo quel sistema non possono, quanto alla coscienza, rendere perfetto colui che offre il culto, perché si tratta solo di cibi, bevande e di varie abluzioni, insomma, di regole carnali imposte fino al tempo di una loro riforma» (Ebrei 9:9-10). Trattandosi di una prefigurazione di Cristo, Dio considerò sufficiente il sangue degli animali per purificare la carne, l’impurità cerimoniale, ma non la coscienza.

Nessun sangue di animale può purificare la coscienza. Gli Ebrei lo sapevano (vedere Isaia 53 e Salmi 51), e lo sappiamo anche noi. Ecco che giunse, quindi, un nuovo sommo sacerdote: Gesù, il Figlio di Dio, con un sacrificio migliore: se stesso: «quanto più il sangue di Cristo, che mediante lo Spirito eterno offrì se stesso puro di ogni colpa a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente!» (Ebrei 9:14). I sacrifici animali prefiguravano il sacrificio finale del Figlio di Dio, e la morte del Figlio si estese nel passato per espiare tutti i peccati del popolo di Dio dei tempi antichi, e nel futuro per espiare tutti i peccati del popolo di Dio dei tempi nuovi.

Eccoci, dunque, nell’era moderna, l’era della scienza, di Internet, dei trapianti, dei messaggi istantanei, dei telefoni cellulari, però il nostro problema è fondamentalmente lo stesso di sempre: la nostra coscienza ci condanna. Non ci sentiamo abbastanza buoni per andare a Dio, e non importa quanto siano alterate le nostre coscienze, perché questo è quanto mai vero: noi non siamo abbastanza buoni per andare a Lui.

Possiamo farci delle amputazioni, gettare i nostri bambini nel fiume sacro, dare un milione di dollari  alla Caritas, servire i pasti in una mensa di accoglienza, sottoporci ad un centinaio di pratiche auto lesionistiche per fare penitenza; il risultato sarà sempre lo stesso: la macchia resterà e saremo terrorizzati dalla morte. Noi sappiamo che la nostra coscienza è contaminata, non da atti esteriori come toccare un cadavere o mangiare la carne di maiale. Gesù disse che è quello che esce da una persona che la contamina, non quello che vi entra (Marco 7:15-23). Noi siamo contaminati dall’orgoglio, dall’autocommiserazione, dal rancore, dalla lussuria, dall’invidia, dalla gelosia, dall’avidità, dall’apatia, dalla paura e dalle azioni che ne scaturiscono. Queste sono tutte «opere morte», che non hanno in sé alcuna vita spirituale, non provengono dalla nuova vita, provengono dalla morte e conducono alla morte. È per questo che, a livello della coscienza, esse ci fanno provare la disperazione.

L’unica soluzione in questi tempi moderni, come in tutti gli altri tempi, è il sangue di Cristo. Quando la nostra coscienza insorgerà per condannarci, a chi ci rivolgeremo? Rivolgiamoci a Cristo. Rivolgiamoci alla sofferenza e alla morte di Cristo, al suo sangue. Questo è il solo agente purificatore all’universo che possa dare sollievo in questa vita e pace nella morte.