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Il Natale

 di Giovanni Villari


INTRODUZIONE

Come per consuetudine consolidata, anche quest’anno una data ormai nota a tutti sarà consacrata alla festa più sentita e sostenuta dal credo e dalla tradizione popolare: il 25 dicembre. In questo giorno si ricorda la nascita di Gesù Cristo, e per l’occasione si ripropongono usi e costumi religio-tradizionali che danno vita a manifestazioni folkloristicamente "natalizie". Si riscoprono valori e si accendono interessi che durante il resto dell’anno sembrano assopiti o addirittura non sono assolutamente considerati. È soltanto un esempio ma, è ormai divenuta mera consuetudine riunirsi in famiglia per consumare abbondanti pranzi e cenoni, scambiarsi dei doni, addobbare l’albero o preparare il tradizionale presepe. Si gioca a carte, a tombola e, per i più "mondani", si va a ballare e si fa tardi la sera.

In alcuni casi, non è forse pura ipocrisia quella che si deve manifestare in questa particolare ricorrenza? Ad esempio Io scambio dei fatidici auguri di natale e degli affettuosi abbracci-baci che forse mai in antecedenza si erano offerti o ricevuti. È tutto questo necessario per ricordare l’importanza della venuta al mondo del nostro Salvatore Gesù Cristo? Non si rischia un po’ di cadere nel formalismo? Sono proprie della morale cristiana la frenesia e l’aria di misticismo legate a questa celebrazione, o appartengono piuttosto al paganesimo che si crede oramai superato?

Questo momento dell’anno è atteso da tutti, credenti e non credenti, consumatori e commercianti: volenti o nolenti, tutti ne siamo più o meno coinvolti. Ma se riuscissi a soffermarti qualche attimo per riflettere un po’ di più sulla natura e soprattutto sulle vere origini di questa festività, forse saresti più cosciente e più accorto, mentre ti prepari al Natale. Potresti fermarti a considerare tutte le cose che avrai letto in questo breve trattato e, come spero vivamente, decidere di fare com’è giusto che si comporti chi crede nell’importanza della nascita del Salvatore, cioè: "secondo la volontà di Cristo".

COS’È LA "FESTA"

È la celebrazione collettiva di ricorrenze civili o religiose (dal latino festus dies, "giorno propizio", ricostruito come plurale), che ha luogo periodicamente, una o più volte l’anno, in date fisse o variabili secondo il calendario. Prevede la parziale o totale cessazione delle attività lavorative e può essere accompagnata da rituali e cerimonie pubbliche e private. Costituisce un’interruzione del ciclo produttivo e contribuisce a scandire i ritmi della vita sociale; spesso prescrive un comportamento particolare, ad esempio nell’abbigliamento (come per le maschere del carnevale) o nelle pratiche sociali (quale l’usanza di scambiarsi doni o riunirsi in famiglia a Natale), oppure l’applicazione di norme che regolano l’alimentazione o i rapporti sessuali, come nel "Ramadan" islamico. Anche l’astensione dal lavoro per un giorno alla settimana è in origine una osservanza religiosa, che ha luogo la domenica per i cristiani, il venerdì per i musulmani e il sabato per gli ebrei (Shabbat).

Le origini delle celebrazioni collettive sono incerte. Secondo alcuni studiosi del folklore, le prime feste sarebbero nate dalle paure degli uomini primitivi, che speravano di placare con riti e cerimonie le incontrollabili forze della natura: È universalmente accettato che le feste più antiche fossero collegate ai periodi della semina e del raccolto o alla commemorazione dei defunti, ma anche ad eventi astronomici e meteorologici ciclici, come gli equinozi e i solstizi o l’avvicendarsi della siccità e della stagione delle piogge. La dimensione comunitaria ha lo scopo di rafforzare la coesione del gruppo; è significativo a questo proposito il fatto che nell’antica Grecia le principali feste periodiche fossero dedicate a Dioniso, il dio deputato alla rottura liturgica dell’ordine sociale (feste dionisie e lenee) o ad Atena, garante della giustizia e protettrice della polis (panatenee).Le origini delle festività civili sono invece generalmente legate a eventi storici. La celebrazione delle ricorrenze ha la funzione di preservare le radici culturali di un popolo, rievocandone pubblicamente i fatti e le svolte storiche cruciali, come a ribadire le esperienze comuni al gruppo sociale.

UN PO’ DI STORIA: "LA FESTA DEL NATALE"

È la festa della nascita di Gesù di Nazareth, celebrata in Occidente, dalla chiesa cattolica e da alcune chiese protestanti, il 25 dicembre, e dalle chiese ortodosse il 6 gennaio, giorno in cui le chiese occidentali celebrano invece l’Epifania. Le due date sono connesse fin dalle origini di questa festività che, pur considerata dal calendario liturgico d’importanza inferiore soltanto alla Pasqua, si affermò non prima del IV secolo, sovrapponendosi a rituali pagani.

"Tra le più importanti festività religiose romane vi erano i "saturnalia, i Iupercalia, gli equiria e i Iudi saeculares". In epoca imperiale i Saturnali, che in precedenza erano celebrati dal 17 al 19 dicembre, si celebravano per sette giorni, dal 17 al 23 dicembre: tutte le attività s’interrompevano, agli schiavi veniva concessa una temporanea libertà, si scambiavano doni e l’allegria regnava ovunque.

Sotto il regno di Tiberio, infatti, si salutava con celebrazioni particolari, nelle regioni orientali dell’impero e soprattutto ad Alessandria, il passaggio del solstizio d’inverno, fissato dal calendario giuliano il 6 gennaio: il rito alessandrino della "nascita del tempo", noto come "epìphàneìa" (da cui l’italiano epifania) era legato ad un mito relativo al sole che, riprendendo la tematica legata alla vicenda di Osiride e del suo ritrovamento da parte di Iside, scorgeva nel manifestarsi della luce un motivo di giubilo di fronte al prodigio del tempo rinnovato e della rinascita della vita.

lI 6 gennaio fu ben presto adottata anche in ambiente cristiano come data nella quale celebrare la manifestazione - tale è il significato del termine "epifania" - di Cristo al mondo, identificandola inizialmente con il suo battesimo nel Giordano e, dall’inizio del IV secolo, con la sua nascita, sulla base dell’interpretazione di quei testi profetici, come lsaia 9:1-6, che consentivano di cogliere nella nascita del Figlio di Dio il sorgere di una grande luce.

Seguendo un percorso analogo, il cristianesimo occidentale fissò, quasi certamente fra il 325 e il 354, la celebrazione della nascita di Gesù il 25 dicembre. il giorno della principale tra le festività pagane legate al culto solare, quella del Sol Invictus. resa particolarmente solenne dall’imperatore Aureliano. Egli proclamandosi come l’incarnazione vivente del dio Sole, nel 274 aveva reso quello del dio sole il culto ufficiale dell’impero romano. Si comprende allora come l’imposizione della celebrazione della nascita di Cristo, identificato con il "sole di giustizia" preannunciato dal profeta Malachia (3:20) nel giorno della festività pagana più significativa costituisca uno dei momenti fondamentali, e di maggiore efficacia simbolica, del processo che avrebbe determinato il prevalere del Cristianesimo su forme più antiche dell’espressione religiosa di cultura pagana. A partire dall’epoca di Costantino, le pratiche cristiane si affermarono spesso mescolandosi ai riti di alcune religioni orientali come il mitraismo, il culto fondato sull’adorazione del dio persiano Mitra, ben presto identificato dai suoi numerosi seguaci, per lungo tempo gli antagonisti principali delle Chiese cristiane, con il Sol Invictus.

Il mitraismo era una delle principali religioni dell’impero romano, fondata sul culto di Mitra, antica divinità persiana. Celebrato nell’Avesta [1] come il capo degli spiriti buoni che governano il mondo e procurano all’umanità ciò di cui ha bisogno, Mitra fu venerato in seguito come dio Sole, e venne identificato con EIios dai greci dell’Asia Minore. I seguaci di Mitra, organizzati in comunità esclusivamente maschili, alle quali si accedeva per mezzo di un rito iniziatico segreto, coltivavano la fede in una forma di sopravvivenza dell’anima dopo la morte. Giunto a Roma intorno aI 66 a.C. con i pirati cilici prigionieri di Pompeo, il mitraismo si diffuse rapidamente, in età imperiale, in Italia e nelle province romane come culto rivale del cristianesimo, con il quale condivideva tuttavia l’avversione nei confronti dei pagani. Dal mitraismo, che festeggiava il 25 dicembre la nascita del dio Sole, il cristianesimo mutuò la festa del Natale.

Con la fine delle controversie Cristologiche e l’affermarsi, in seguito alle definizioni elaborate fra il IV e il V secolo dai concili ecumenici di Nicea, Efeso e Calcedonia, della dottrina della duplice natura di Cristo vero Dio e vero uomo in un’unica persona, la celebrazione del Natale acquisì gradualmente ca­ratteri di maggiore solennità, in quanto proposta da alcune figure di spicco, quali il papa Leone Magno, come motivo di riaffermazione della fede nel mistero dell’incarnazione.

Pur non mancando in questo contesto i tentativi da parte della sede romana di imporre a tutto il mondo cristiano il 25 dicembre come unica data per ricordare la natività, le Chiese d’Oriente rimasero sostanzialmente fedeli alla celebrazione del 6 gennaio, successivamente adottata anche in Occidente come festività complementare al Natale per sottolineare, sulla base dell’episodio evangelico della venuta dei magi a Betlemme con i doni per il Bambino, il tema della manifestazione di Cristo a tutte le genti.

Il carattere di festa eminentemente popolare che il Natale ha assunto nei secoli ha determinato dapprima la sovrapposizione di elementi folklori ai dati teologici originari e, in epoche più recenti, il prevalere di una dimensione secolare, quando non esplicitamente mondana, estranea all’intento religioso.

Nelle "feste religiose e tradizionali", non fosse altro che per unione antonomastica, era protagonista in senso lato la "fede", ormai pseudonimo di cristianesimo, o piuttosto avreb­be dovuto esserlo, perché in realtà mai essa è avulsa dalla superstizione quale residuo di tempi lontanissimi.

Anticamente le feste natalizie, che comprendevano un ciclo di dodici giorni (da natale all’epifania), segnavano la fine del periodo invernale e si facevano coincidere con il Solstizio d’inverno a partire dal quale le notti decrescono e le giornate si allungano. L’antica festa del fuoco del Solstizio d’inverno sopravviveva nell’usanza, un tempo largamente diffusa anche in Sicilia, del "Ceppo di Natale". Si trattava di un tronco che veniva arso durante la "sacra notte" e alle cui ceneri, conservate per tutto il nuovo anno, venivano attribuiti magici poteri (Levitico 19:26: "Non praticherete alcuna sorta di divinazione o di magia").

A tutte le feste di inizio anno si riportano anche i prodigi che si crede avvengano nella notte di natale, durante la quale gli elementi della natura acquistano poteri straordinari. Così era generale credenza che a mezzanotte, ora che si fa coincidere con la nascita di Gesù, gli alberi rifiorissero, gli animali parlassero e oro e miele scorressero nei fiumi.

Com’è facile intuire, all’interno di queste credenze "fede" e "superstizione" erano, vuoi per ignoranza o per malizia, intimamente legate. Il passaggio, infatti, dalla religione pagana a quella cristiana non determinò l’abolizione di quei riti che, sia per contenuto che per pratica, offendono la verità e la perso­na stessa di Cristo, ma al contrario, arricchì gli stessi, profondamente radicati nelle coscienze e nelle consuetudini popolari, di nuovi significati unicamente simbolici.

Questi differenti aspetti, che hanno spinto alcune confessioni cristiane rigoriste, come i puritani, ad abolirne la celebrazione, convivono tuttora come tratti caratteristici di una festa che, all’uso del presepe come rievocazione della nascita di Cristo, affianca l’albero di Natale. Quest’ultimo è un simbolo, in seguito identificato con la croce, legato ad antichissimi culti agrari praticati in area germanica: la figura dai tratti tipicamente nordici è il simbolo della festa soprattutto per i più piccoli. Babbo Natale è invece un personaggio legato a un complesso ciclo leggendario scaturito intorno al culto di san Nicola.

ELEMENTI E PERSONAGGI, CULTO DEL NATALE

Babbo Natale Tradizionale figura di vecchio dalla barba bianca, noto anche come Santa Claus (nome che è frutto della corruzione del latino Sanctus Nicolaus), che la notte di Natale, dopo aver solcato il cielo su una slitta trainata da renne piena di regali, entra in ogni casa calandosi dal camino e deposita i giocattoli sotto l’albero di Natale o nelle calze di tutti i bambini buoni. Sebbene questa immagine familiare di Santa Claus si sia diffusa negli Stati Uniti nel XVII secolo e in Inghilterra solo verso la metà del XIX secolo, le sue radici affondano nell’antico folklore europeo e hanno influito notevolmente sulla celebrazione del Natale in tutto il mondo.

Molti altri personaggi natalizi del folklore europeo, quali Père Noèl in Francia, Julenisse in Scandinavia e Father Christmas in Inghilterra, sono legati a san Nicola. Ma fu la figura olandese, Sinter Klaas, portata dai coloni a Nieuwe Amsterdam (l’attuale New York), a ispirare la trasformazione ame­ricana del personaggio nella figura ereditata poi da gran parte del mondo occidentale.

Bisogna sapere che l’immagine paciosa, rubiconda e robusta di Babbo Natale così come Io identifichiamo oggi, è dovuta alla fantasia creativa di un astuto grafico pubblicitario americano: Haddon H. Sundbolm, che seppe trasformare intuitivamente tutto il bagaglio di riti e di credenze legati ai culto di san Nicola e alla stagione invernale di quegli emigranti, soprattutto olandesi, che partirono per l’America e che in seguito popolandola ne influenzarono la cultura e la tradizione.Fu, infatti, quest’uomo, per conto della "Coca Cola Company", che nel 1931 realizzò la figura più commerciale, simpatica, curiosa e d’effetto, che il merchandising abbia mai avuto. Basti pensare che continua ad essere sfruttata oggi e funziona ancora.

San Nicola di Mira era un vescovo dell’Asia Minore vissuto a cavallo tra la fine del III ed il IV secolo. Le notizie intorno alla figura di questo santo sono molto scarse e improbabili, comunque si pensa che nacque da ricchi genitori cristiani intorno al 270 d.C. a Patara, in Licia (attuale Turchia), fu arcivescovo della chiesa metropolita di Mira, una città di questa regione, e che dopo la sua morte avvenuta presumibilmente tra il 345 e il 350 d.C. i suoi resti, dapprima sepolti nella medesima città, furono in seguito, all’inizio dell’XI secolo, da alcuni marinai e mercanti italiani, trafugati a Bari, dove sul suo sepolcro sorge oggi una basilica. La "traslazione" avvenne il 9 maggio 1087.

Nelle prime leggende di quell’epoca si narrano alcune sue imprese, fra cui i salvataggi di marinai travolti da tempeste, la protezione dei bambini e la generosa distribuzione di regali ai poveri. Anche se molte delle storie su san Nicola sono di dubbia autenticità, la sua leggenda si è diffusa in tutta Europa e il suo ruolo di tradizionale portatore di doni è andato via acquistando peso. La figura cristiana di san Nicola ha affiancato, sostituito o incorporato personaggi pagani quali la Befana romana, Berchta e Knecht Ruprecht di origine germanica.

Secondo la versione tedesca e olandese della leggenda, Nicola cavalcava per i cieli consegnando regali in molte zone europee. Era talvolta accompagnato dall’elfo Schwarzer Peter meglio noto come il fatidico "uomo nero", che recava con sé un sacco pieno di doni e di fruste, che ha terrorizzato e continua a farlo, i bambini di mezzo mondo. Questi aveva il compito di frustare i bambini cattivi e naturalmente premiare quelli buoni.

Babbo Natale passa solo una volta l’anno, la notte tra il 24 e il 25 dicembre, viaggia su una slitta trainata da otto o nove renne, entra nelle case attraverso il camino, lascia pacchetti sotto l’albero di Natale e poi misteriosamente come è venuto, se ne va.

Questo personaggio, divenuto simbolo della festività più amata, è in realtà una sorta di uomo-patchwork, per creare il quale la cultura mediterranea e quella nordica hanno contribuito in eguale misura. La sua fama di santo donatore trae origine dai numerosi miracoli che gli sono stati attribuiti. Ad esempio, il dono dei tre sacchetti d’oro alle vergini è il più noto e racconta quanto segue:

- C’era una volta un nobile caduto in miseria. Lo sfortunato aveva tre belle figliole da maritare ma, essendo ormai sul lastrico, non aveva di che dotarle e sarebbero state inevitabilmente destinate ad una vita immorale. Sapendo che Nicola poteva trovare il modo di aiutarlo lo supplicò talmente a lungo, che il buon santo non seppe dire di no! Per mantenere la promessa si procurò tre sacchi pieni di monete d’oro. Poi nell’arco di tre notti si decise a farli pervenire alle poverelle. Come? I primi due lanciandoli dall’esterno nella stanza delle ragazze; per il terzo, avendo trovato la finestra chiusa, si ingegnò: sali, nonostante la veneranda età, sul tetto dell’abituro e fece calare dalla canna fumaria nella casa il prezioso regalino. Tutte e tre furono accontentate, si sposarono e se vissero felici e contente non è dato sapere.

Tiriamo le somme!

Il Babbo Natale di oggi deve alla tradizione antica il nome, il ritratto del vecchio generoso, barbuto e «atletico» (riesce ad arrampicarsi sui tetti nonostante l’età), e forse il vestito rosso, bordato di pelliccia bianca; mentre dalla cultura germanica derivano gli elementi prettamente nordici: gli stivali e il cappello a "pon pon" per affrontare il freddo polare, lo stuolo di elfi che lo aiutano nel suo lavoro e l’insostituibile slitta volante trainata da renne. Sicuramente più recenti l’invenzione della nona renna Rudolph (che col suo naso rosso guida il gruppo) e la localizzazione di Babbo Natale in Finlandia, dove è stato creato - in modo un po’ artificioso a dire il vero - il suo villaggio.

Insomma, un personaggio di pura fantasia che piace a tutte le generazioni di bambini: milioni di loro ogni anno mandano la propria letterina a questo vecchio fattorino dei regali. Ma anche lui, nonostante la perenne senilità si sta adeguando alla New Economy e alle tecnologie. In rete sono numerosi i siti dedicati a Santa Claus e alcuni meritano una navigata, Il Babbo Natale deI 2000 è sempre più telematico e accetta richieste di doni anche via e-mail.

La festa di san Nicola veniva originariamente celebrata il 6 dicembre ma, dopo la Riforma, i protestanti tedeschi vollero attribuire a Gesù Bambino il ruolo di portatore di doni e fecero così slittare la festa al 25 dicembre. Quando la tradizionale figura di Santa Claus si diffuse, venne perciò associata al Natale stesso. Nel 1969, per la scarsa documentazione sulla vita del santo, il papa Paolo VI ordinò di eliminare la festa di san Nicola dal calendario romano cattolico ufficiale.

Ogni anno, con l’avvicinarsi del Natale, i bambini scrivono letterine a Babbo Natale e gli lasciano sul davanzale cibo e bevande per uno spuntino. La moderna leggenda di Santa Claus echeggia ormai in ogni parte del mondo, diffusa dai cartelloni pubblicitari, dai biglietti d’auguri, dalle decorazioni e dai Babbo Natale assoldati dai grandi magazzini.

Babbo Natale è quindi un miscuglio di tradizioni pagane e cristiane (ecco perché "patchwork"= opera composta da tanti pezzi) delle epoche scorse, che ne hanno prodotto una figura soprannaturale, capace di percorrere il nostro pianeta "in pochissimo tempo a bordo "dell’ecologica slitta" dispensando doni ai "bambini buoni".

Chissà però se la soprannaturalità e la generosità di questo buon vecchio è stata la stessa durante le tragedie delle guerre o degli eventi catastrofici di questo sciagurato secolo, tanto da impedirgli di offrire regali ai bambini "buoni" delle generazioni "meno fortunate" delle nostre! Non c’è niente di remotamente cristiano in questa figura dal naso e dalle guance rosse, il pancione da ghiottone (o mangione) e la pipa "poco educativa". Si tratta in definitiva solamente di una tradizione popolare che sfrutta elementi del costume pagano. La Parola di Dio però dice: "Questo dunque io dico e attesto nel Signore: non comportatevi più come si comportano i pagani nella vanità dei loro pensieri, con l’intelligenza ottenebrata, estranei alla vita di Dio, a motivo dell’ignoranza che è in loro, a motivo dell’indurimento del loro cuore" (Efesini 4:17-1 8).

Il Presepe

Esso è una rappresentazione della natività di Gesù, che è allestita secondo le usanze in occasione del Natale e viene mantenuta sino all’Epifania. Attraverso la ricostruzione del momento celebrativo della nascita di Gesù, realizzata con personaggi, animali e costruzioni tipiche del tardo Medioevo, si tenta di rievocare l’emozione e l’atmosfera della natività.

In origine era soltanto una greppia. Poi, intorno al "fanciullino", la devozione popolare creò una grotta, animandola con le figure che tutti conosciamo. Con il termine latino di "praesepe o praesepium", ossia recinto chiuso - letteral­mente: "Circondare con una siepe" - Girolamo d’Eusebia [2], traduceva abbastanza fedelmente il corrispondente aramaico di "mangiatoia" con cui gli Evangelisti avevano specificatamente indicato l’oggetto nel quale era stato deposto il Cristo appena nato.

Frutto di una lunga interpolazione tra la narrazione dei tre Vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) e quella dei "testi apocrifi" [3], che ben presto inserirono la mangiatoia in una grotta e aggiunsero la presenza del bue e dell’asino, il presepe così come si è soliti rappresentarlo è il risultato di una lunga stratificazione storica. Il solo fatto di collocare la mangiatoia, unica e precisa indicazione fornita dai sinottici, in una grotta, rimanda all’antica tradizione dei culti pagani, che spesso si svolgevano in santuari sotterranei. Inoltre, al pari della mangiatoia nella grotta, convertita in seguito, in capanna nella tradizione occidentale, anche le figure dei personaggi chiamati in causa dalla narrazione evangelica della natività hanno subito qualche ritocco di natura interpretazionale, caricandosi di significati nuovi e privi di fondamento biblico. "I Magi" sono variabili nel numero: prima quattro e poi tre: "Gaspare, Melchiorre e Baldassarre". Il colore della loro pelle è vario: sono di diversa nazionalità. Poi attraverso il folklore e la cultura di tipo meridionale, nascono una colorita gamma di piccole figure legate alla vita quotidiana e nel tipo abruzzese le figure sacre sono accompagnate da quelle profane. Il presepe lombardo invece, inserisce quasi sempre la figura di un dormiglione e quello napoletano riproduce atteggiamenti che rispecchiano il costume di vita proprio della zona.

La tradizione fa risalire l’origine della prima rappresentazione ecclesiastica del presepe a Francesco d’Assisi, che la realizzò a Greccio (RI) nel 1223. Francesco interpre­tò quell’evento con i dati in sua conoscenza e secondo la cultura e la formazione sociale (chiaramente non giudea) del suo tempo. Egli volle incoraggiare la devozione al "bambino Gesù", la cui povertà e debolezza combaciavano perfettamente con la sua concezione della religione. Ogni presepe pertanto riceve ed offre un’immagine ed un’idea diversa l’una dall’altra, così come diverse sono le interpretazioni di chi lo allestisce.

Esso raccoglie molte tradizioni extrabibliche: ad esempio i Magi che la tradizione francescana vede in tre re che portano doni al fanciullo, risponde al vero? Arrivati nella casa dov’era il bambino, lo trovarono realmente in una mangiatoia? Faceva molto freddo e stava nevicando? Maria avrebbe veramen­te esposto incautamente il piccolo appena nato al tepore dell’alito di un bue e di un asinello allo scopo di riscaldarlo? Non avrebbe forse cercato di riscaldarlo ella stessa stringendoselo al petto? La Bibbia dice diversamente rispetto a quanto trasmette la tradizione popolare, ed Essa non può mentire né essere smentita perché è la Parola e la Verità di Dio. Chi meglio di Lui conosce veramente come sono andate le cose? Consultala!

Perché allora drammatizzare con questo tipo di scenario? Forse allo scopo d’impietosire chi si accosta al presepe per volerne rievocare le caratteristiche d’umiltà e povertà legate alla famiglia di Gesù, o soltanto per accentuare le emozioni natalizie, che sono talvolta velate da una sorta di misticismo? Tutto ciò equivale a fuorviare il cuore e la mente dall’autentico valore della natività e, spesso, quando si recitano preghiere, si fanno promesse, s’innalzano cantici o si suonano le classiche musiche eseguite dagli zampognai (figure assolutamente sconosciute al tempo di Gesù) intorno alla "grotta" si compie un vero e proprio atto di idolatria.

L’Albero di Natale

Dove si lasciano i doni per i componenti della famiglia o per gli amici? Perché proprio sotto un albero di Peccio [4] e non ad esempio sotto un pero o addirittura sotto un ulivo, albero più congeniale al contesto biblico? Perché un albero e non un oggetto più consono all’arredo delle nostre case?Bisogna sapere che quella dell’albero di natale ha origine da tradizioni e mitologia nordiche, ecco perché la scelta di un albero tipicamente del Nord. Le popolazioni di quelle terre vedevano nei sempreverdi dei simboli di fertilità e potenza sessuale, e offrivano, appendendoli ai rami, doni agli elfi o ai folletti, per accattivarsene la simpatia e i favori.

Dagli antichi popoli germanici, quali erano i Teutoni [5], sembra provenire l’usanza di adornare l’albero di natale. Essi, infatti, festeggiavano il passaggio dall’autunno all’inverno ardendo ceppi nei camini e posizionando davanti alle case un albero tipico ornato di ghirlande. Questa consuetudine si estese ben presto nelle altre zone del nord Europa e, con il passare del tempo, fu associata alla festività natalizia. Alle ghirlande si unirono nastri e frutti colorati, poi le candeline, fino a quando, verso la metà del 1800, alcuni fabbricanti svizzeri e tedeschi cominciarono a preparare leggeri e variopinti ninnoli di vetro soffiato che diventarono di moda e costituirono l’ornamento tradizionale dell’albero natalizio. Poi arrivaro­no anche le lampadine e le decorazioni in plastica. Nelle case italiane l’albero di Natale è arrivato da pochi decenni e in circostanze assai curiose. La novità si deve alla regina Margherita, moglie di Umberto I, la quale carpì la moda che alla fine dell’800 dilagava tra le famiglie dell’alta nobiltà europea, facendone allestire uno in uno dei saloni del Quirinale, residenza della famiglia reale. L’evento riscosse un tale successo da divenire popolarissimo anche tra le famiglie più povere. Il fascino di questa tradizione popolare è talmente coinvolgente, che pur di mantenerla ogni anno sono sacrificati inutilmente migliaia e migliaia di alberi.

La mitologia scandinava aveva gnomi, elfi e i Nom, esseri semidivini o demoni, dotati di poteri magici, abitatori dei boschi e delle montagne e posti a guardia di tesori e ricchezze, che distribuivano i destini ai mortali. Dalle credenze popolari, gli gnomi passarono a essere protagonisti di numerosi racconti e fiabe, nei quali sono rappresentati generalmente come esseri antropomorfi molto minuti, solitamente di età avanzata e dalla lunga barba canuta, talvolta nani. Al pari delle fate, sono d’indole benigna ma, se provocati, sanno essere vendicativi e dispettosi.

Gli dei scandinavi erano serviti da una classe di sacerdoti e capi delle tribù detti godar. Originariamente il culto si svolgeva all’aperto, sotto alberi tutelari, presso pozzi sacri o entro spazi delimitati da pietre sacrali. In seguito furono usati templi di legno con altari e rappresentazioni scolpite degli dei. Il tempio più importante si trovava nell’antica Uppsala, in Svezia, dove si svolgevano sacrifici d’animali, ma anche di esseri umani.

La Stella cometa di Natale

Tra tutti gli astri del cielo, soltanto uno è stato capace nei secoli di ornare ogni anno la capanna del presepe o la punta degli alberi di natale decorati a festa: "La Cometa di Natale". La tradizione vuole che i Magi siano guidati nel luogo dove nacque Gesù, proprio da una luminosa cometa, messaggero celeste del glorioso evento. Ma quanto c’è di vero in questa spettacolare rappresentazione? È vero che la cometa si è fermata dov’era il fanciullo, ma con chiarezza l’Evangelo afferma che la stella (non la cometa) si fermò nella casa dov’era il bambino: "Essi dunque, udito il re, partirono; e la stella, che avevano vista in Oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov’era il bambino, vi si fermò sopra. Quando videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono; e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra" (Matteo 2:9-11).

L’interpretazione più comune, sostenuta anche da molti commentatori della Bibbia, è che si tratta di un fenomeno assolutamente soprannaturale, analogo ad una stella, visto dai Magi in cielo.

Influenzati forse dall’antica profezia di Balaam (Numeri 24:17 - Lo vedo, ma non ora; lo contemplo, ma non vicino: un astro sorge da Giacobbe, e uno scettro si eleva da Israele;) o da altre predizioni, i sapienti astrologi, pensarono che il fenomeno annunziasse la nascita del re dei Giudei ed hanno così intrapreso il loro viaggio convinti che avrebbero incontrato il Sovrano atteso da tempo dagli ebrei, e a questo scopo si accompagnarono con dei doni divenuti poi famosi: oro, incenso e mirra.

Secondo un’altra interpretazione invece, quello che accadde in quel tempo fu un fenomeno naturale grazie al quale i magi furono guidati in maniera provvidenziale. Per questo motivo allora, grazie ai progressi odierni della scienza ed alle moderne tecnologie a disposizione, è stato possibile, per mezzo di potentissimi computer, ricostruire con grande precisione la volta celeste di quella notte particolare, tentando così di dare un adeguato contributo per la migliore comprensione di questo "caso" davvero singolare.

Come ho già accennato, l’evangelista Matteo è l’unico che fa riferimento a questo fenomeno celeste che avrebbe guidato, duemila anni fa, i Magi d’oriente verso Betlemme. In realtà, egli non parla di una cometa, ma fa espressamente riferimento ad una stella. Si cominciò a parlare di una cometa soltanto neI 1301, quando Giotto osservò personalmente una meravigliosa apparizione della cometa di Halley in uno dei suoi ciclici passaggi, e comprensibilmente, non resistette all’idea di disegnare il grande astro chiomato sulla scena del­la natività nella Cappella degli Scrovegni a Padova.

Sempre dal Vangelo di Matteo, ci proviene un’altra utile informazione: il fenomeno astronomico osservato dai Magi fu si importante, ma non al punto tale da essere percepito da chiunque, altrimenti Erode non avrebbe avuto la necessità di chiedere ulteriori informazioni ai suoi ospiti venuti da così lon­tano: "Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all'epoca del re Erode. Dei magi d'Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo». Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere. Essi gli dissero: «In Betlemme di Giudea; poiché così è stato scritto per mezzo del profeta: "E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele"». Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa; e, mandandoli a Betlemme, disse loro: «Andate e chiedete informazioni precise sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, affinché anch'io vada ad adorarlo» (Matteo 2:1-8).

Diventa dunque necessario andare alla ricerca di tutti i possibili fenomeni astronomicamente rilevanti, avvenuti in corri­spondenza della nascita di Gesù. Le cronache dello storico Giuseppe Flavio [6] ci vengono in aiuto. Egli riferisce che Erode morì un giorno intermedio tra un’eclisse di Luna visibile a Gerico e la Pasqua ebraica successiva. Conti alla mano si scopre che quest’eclisse avvenne nella notte tra il 13 e il 14 marzo dell’anno 4 avanti Cristo. Da ciò si evince che, essendo stato visitato dai Magi quando Gesù era già nato, il Figlio di Dio deve essere nato come minimo quattro anni prima di quanto vuole la tradizione. D’altra parte questa data non può essere anticipata oltre il 7 a.C., perché questo è l’anno del censimento voluto da Augusto in conseguenza del quale - secondo l’evangelista Luca - Giuseppe e Maria, genitori di Gesù, furono costretti a tornare nella natia Betlemme: "In quel tempo uscì un decreto da parte di Cesare Augusto, che ordinava il censimento di tutto l'impero. Questo fu il primo censimento fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi registrare, ciascuno alla sua città. Dalla Galilea, dalla città di Nazaret, anche Giuseppe salì in Giudea, alla città di Davide chiamata Betlemme, perché era della casa e famiglia di Davide, per farsi registrare con Maria, sua sposa, che era incinta" (Luca 2:1-5).

Quale fenomeno astronomico, dunque, può aver attirato l’attenzione dei Magi tra il 7 e il 4 a.C.? L’ipotesi di una cometa, legata unicamente alla tradizione, non si può prendere in considerazione poiché tra le migliaia di comete conosciute nessuna passò vicino alla Terra attorno al 4 a.C.. Sembrerebbe logico, a questo punto, escludere che la "stella di natale" sia stata una cometa, almeno che non si sia trattato di una grande cometa a lunghissimo periodo (cioè che sia sta visibile per lungo tempo, considerando il fatto che ha guidato sino a Betlemme i Magi provenienti dal lontano oriente) passata una volta e mai più ritornata.

Resta comunque fondamentale sapere che nessuna comune stella o cometa è stata mai valutata e trattata dalla Sacra Scrittura in maniera tale da suscitare talmente interesse e attenzione da divenire essa stessa fonte di guida e di luce per gli uomini in cerca di Dio e della Verità. Anzi, Dio vieta indero­gabilmente, la creazione di immagini e sculture di ogni tipo e specie, affinché non ci si rivolga ad esse e gli si renda il culto: "Siccome non vedeste nessuna figura il giorno che il Signore vi parlò in Oreb dal fuoco, badate bene a voi stessi, affinché non vi corrompiate e non vi facciate qualche scultura, la rappresentazione di qualche idolo, la figura di un uomo o di una donna… e anche affinché, alzando gli occhi al cielo e vedendo il sole, la luna, le stelle, tutto l'esercito celeste, tu non ti senta attratto a prostrarti davanti a quelle cose e a offrire loro un culto, perché quelle sono le cose che il Signore, il tuo Dio, ha lasciato per tutti i popoli che sono sotto tutti i cieli" (Deuteronomio 4:15-16,19).

Nessuno e nessuna cosa potrà e dovrà mai sostituire o eguagliare l’impareggiabile "Astro Mattutino", glorioso nello splendore e nella forza: Gesù il Figlio di Dio. Nessuna stella quindi potrà mai indicarci correttamente la strada per raggiungere il Regno di Dio, in quanto solo una è la via: "Gesù disse: lo sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me." (Giovanni 14:6).

Cristo viene chiamato l’astro mattutino, poiché la sua prima venuta ha introdotto la luce del giorno della Sua Grazia, dopo le rivelazioni ancora incomplete dell’Antico Testamento 2 Pietro 1:19: "Abbiamo inoltre la parola profetica più salda: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada splendente in luogo oscuro, fino a quando spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori".  Apocalisse 2:16,28: "Ravvediti dunque, altrimenti fra poco verrò da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca…come anch'io ho ricevuto potere dal Padre mio; e gli darò la stella del mattino".

IL CONSUMISMO DEL NATALE

Cambiamo argomento e passiamo a trattare della forma più moderna ed allettante di paganesimo del nostro secolo: il consumismo. La mentalità ormai diffusa, non soltanto in occidente, per la quale l’individuo è ritenuto solamente un consumatore di prodotti, condiziona la nostra vita dalla nascita alla morte, dal risveglio del mattino fino a quando andiamo a dormire.

In questi giorni siamo letteralmente bombardati e continuamente sollecitati ad acquistare ogni sorta di cosa, a spendere per comprare cose superflue che, passate le feste, saranno buttate via o riposte in un cassetto e dimenticate, ad alimentarci più del necessario (come se non fossimo sufficientemente nutriti…per poi mostrare pietismo verso i meno fortunati che in quei giorni non hanno da mangiare) e poi piangere lacrime di coccodrillo dopo l’Epifania per i valori ematici stravolti da inutili e peccaminose gozzoviglie.

Per quale ragione i tuoi figli dovrebbero avere un regalo in più (che magari renderanno irriconoscibile o metteranno da parte dopo poche ore) quando molti bambini (anche tra i tuoi parenti e vicini di casa) mancano del necessario? Per quale ragione dovresti mangiare fino a star male e bere fino a perdere la lucidità quando i due terzi della popolazione mondiale e milioni di bambini muoiono letteralmente di fame? Per quale ragione sprecare il tuo tempo e il tuo denaro in cose che, quando non sono chiaramente peccaminose e condannate da Dio, sono inutili, superflue e perfino dannose per la tua salute?

Ascolta cosa dice la Bibbia a riguardo:  Luca 21:34: "Badate a voi stessi, perché i vostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita e che quel giorno non vi venga addosso all’improvviso come un laccio; "Proverbi 19:17: "Chi ha pietà del povero presta al Signore, che gli contraccambierà l’opera buona." 1 Timoteo 6:17-19: "Ai ricchi in questo mondo ordina di non essere d’animo orgoglioso, di non riporre la loro speranza nell’incertezza delle ricchezze, ma in Dio, che ci fornisce abbondantemente di ogni cosa perché ne godiamo; di far del bene, d’arricchirsi di opere buone, di essere generosi nel donare, pronti a dare, cosi da mettersi da parte un tesoro ben fondato per l’avvenire, per ottenere la vera vita."

IL VALORE CRISTIANO DEL NATALE

Prima di tutto il Natale dei cristiani non è il 25 dicembre. Il Signore, nella Sua Sapienza non ha voluto farci conoscere il giorno esatto della nascita del Salvatore e persino l’anno è incerto.  A seguito a nuove ricerche e nuovi elementi storici, è stato scoperto l’errore di calcolo commesso dal monaco Dionigi il Piccolo, quando formulò il primo calendario con la cronologia cristiana, nel 525 e fissò la data di nascita di Cristo nell’anno 753 dopo la fondazione di Roma. Ma gli studiosi sono in accordo sul fatto che tale data andrebbe anticipata di alcuni anni e posta intorno al 749-48. In questo modo la nascita del Cristo si collocherebbe tra il 4 o il 5 a.C., 750 anni circa dopo la fondazione di Roma.

Possiamo dedurre inoltre, e ritenere con certezza, che Gesù non nacque in inverno poiché i pastori che vennero avvertiti dagli angeli dell’evento prodigioso della nascita del Messia dormivano all’aperto: "Ora in quella stessa regione c’erano dei pastori che dimoravano all’aperto nei campi, e di notte facevano la guardia alloro gregge" (N.D. Luca 2:8).

Non era certamente costume dei pastori Israeliti passare la notte all’addiaccio, durante l’inverno palestinese che è sufficientemente rigido per impedirlo. È appurato che molti hanno scelto neI 25 dicembre una data convenzionale per ricordare la nascita del Salvatore. Questo non è da condannare, sebbene ci si renda conto che ciò non corrisponde alla verità. In ogni caso, il cristiano che riconosce nella Parola di Dio l’unica fonte di verità, giustizia e bene per la propria anima, si sente libero dall’osservanza di giorni stabiliti, stagioni ed altre ricorrenze rituali perché sa che l’esteriorità delle feste sop­pianta lo spirito che in origine le ha fatte nascere.

Ecco cosa afferma Gesù riguardo alle tradizioni:  Matteo 15:3: "Ma egli rispose loro: "E voi, perché trasgredite il comandamento di Dio a motivo della vostra tradizione?  Matteo 15:6: "Così avete annullato la parola di Dio a motivo della vostra tradizione.  Marco 7:9: "Diceva loro ancora: "Come sapete bene annullare il comandamento di Dio per osservare la tradizione vostra!

Nella Bibbia, le uniche feste da celebrare, con delle ricorrenze ben precise, si trovano scritte soltanto ed unicamente nell’Antico Testamento. Tali festività, quali ad esempio: lI giorno del riposo (Shabbath o sabato); La Pasqua; La festa dei Pani Azzimi; La Pentecoste; Il Giorno delle Espiazioni; etc.., descritte nel libro del Levitico al cap. 23, hanno l’unico scopo di presentare figurativamente e profeticamente la persona e l’opera di Gesù Cristo, ed in Lui soltanto hanno adempimento. Pertanto una volta adempiuta l’opera ed il ministerio di Cristo esse non hanno più valore né soprattutto necessità di essere osservate.

L’apostolo Paolo, scrivendo a tal proposito ai credenti della Galazia che si erano lasciati convincere sulla necessità di osservare certe festività religiose giudaiche, ricorda loro che quando erano nel paganesimo: "Per la vostra ignoranza di Dio, eravate sottomessi a divinità, che in realtà non lo sono; ora invece che avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti, come potete rivolgervi di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, ai quali di nuovo come un tempo volete servire? Voi, infatti, osservate giorni, mesi, stagioni e anni! Temo per voi che io mi sia affaticato invano a vostro riguardo (vers. C.E.I. Galati 4:8-11).

Il racconto che il Vangelo di Luca ci fa dell’annuncio della nascita del Salvatore ai pastori di Betlemme, ci aiuta a scoprire qual è il vero spirito del Natale e come deve essere ricordato l’evento glorioso dell’incarnazione di Dio.

Leggiamo Luca 2:8-20: In quella stessa regione c'erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. E un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore risplendé intorno a loro, e furono presi da gran timore. L'angelo disse loro: «Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: "Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore. E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia"». E a un tratto vi fu con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini ch'egli gradisce!» Quando gli angeli se ne furono andati verso il cielo, i pastori dicevano tra di loro: «Andiamo fino a Betlemme e vediamo ciò che è avvenuto, e che il Signore ci ha fatto sapere». Andarono in fretta, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia; e, vedutolo, divulgarono quello che era stato loro detto di quel bambino. E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori. Maria serbava in sé tutte queste cose, meditandole in cuor suo. E i pastori tornarono indietro, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato loro annunziato".

È la buona Notizia (Evangelo) di una grande gioia (v.10) Cos’è che ti riempie di gioia in questi giorni? Il pensiero di ciò che farai o la considerazione di ciò che Dio ha già fatto per te? Sarà forse l’emozione di qualche momento trascorso tra gli amici, l’incontro atteso con una persona cara, o la consapevolezza di aver ricevuto un impareggiabile dono divino che dimora in te? Lo sai che: "Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il Suo Unigenito Figlio, affinché chiunque crede in Lui non perisca ma abbia vita eterna" (Giovanni 3:16).

Quale effetto ti procura pensare che Dio è venuto nel mondo come un uomo per stare tra gli uomini e per salvare gli uomini dalla morte eterna mediante una morte vergognosa e atroce?

È un occasione per glorificare Dio (v.14). Il giorno di Natale, quale sarà la tua principale occupazione? Loderai il Signore e lo glorificherai per ciò che ha fatto per te e per l’immenso beneficio che è derivato dalla sua umiliazione? Oppure, dopo aver messo a tacere l’anima tua adempiendo il tuo dovere religioso più o meno sinceramente, ti assoderai a fare cose che non sono né utili, né onorevoli e, spesso addirittura offensive verso Dio stesso?

È un occasione per testimoniare e per crescere nella fede (v.17-20). I veri cristiani approfittano d’ogni occasione per parlare a tutti di ciò che il loro Signore ha fatto e della Grazia che hanno ricevuto. Come fecero i pastori, essi "divulgano quello che era stato loro detto di quel bambino; e come loro, tornano rinforzati ed edificati nella loro fede: "E i pastori tornarono indietro, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e vi­sto, come era stato loro annunziato".

Se queste feste passeranno e ti lasceranno come ti hanno trovato, se anche questo Natale trascorrerà senza che il tuo cuore si sia avvicinato di più al Signore, senza che l’anima tua sia stata resa più conforme al perfetto esempio del Salvatore...allora avrai perso il tuo tempo, e il Signore stesso non gradirà per nulla la tua devozione superficiale e tradizionale.  Anticamente, tramite il profeta lsaia, il Signore mostrò di non gradire l’adorazione ipocrita del Suo popolo e disse: "Smettete di portare offerte inutili; l'incenso io lo detesto; e quanto ai noviluni, ai sabati, al convocare riunioni, io non posso sopportare l'iniquità unita all'assemblea solenne. L'anima mia odia i vostri noviluni e le vostre feste stabilite; mi sono un peso che sono stanco di portare. Quando stendete le mani, distolgo gli occhi da voi; anche quando moltiplicate le preghiere, io non ascolto; le vostre mani sono piene di sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete davanti ai miei occhi la malvagità delle vostre azioni; smettete di fare il male; imparate a fare il bene; cercate la giustizia, rialzate l'oppresso, fate giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova! «Poi venite, e discutiamo», dice il Signore: «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come la lana" (lsaia 1:13-18)

Cosa farai in questo Natale ora che anche tu conosci la verità? Che atteggiamento userai davanti agli altri: ipocrita o schietto e sincero? Che cosa intendi festeggiare? Adesso cosa ritieni sia più giusto: conformarti all’idea comune, o uniformarti alla volontà di Dio?

È meglio fare una cosa giusta per un motivo sbagliato, o una cosa sbagliata per un motivo giusto? Al di là delle frasi enigmatiche, se siamo persone che si lasciano guidare dalla riflessione e che quindi possono essere definite ragionevoli, dovremmo individuare la ragione giusta delle cose e agire di conseguenza. Fare quello che crediamo sia giusto per noi assottiglia la ragionevolezza e l’avvicina all’istinto, più consono alla natura animale: "La riflessione veglierà su di noi e ci farà evitare il male pro­teggendoci" (Proverbi 2:11).

Un cristiano deve sempre scegliere e preferire tra tutto quello che vede, ascolta o gli viene proposto, immanca­bilmente ciò che è giusto agli occhi di Dio.

La Bibbia dice: "Poiché l'orecchio giudica i discorsi, come il palato assapora le vivande" (Giobbe 34:3,4).

Scegliamo quello ch’è giusto, riconosciamo fra noi quello ch’è buono.

A Dio sia la Gloria


[1] Raccolta di libri sacri dello zoroastrismo (o mazdeismo): religione fondata nell’antica Persia dal profeta Zoroastro, nome grecizzato di Zarathustra. Le dottrine predicate da Zoroastro sono conservate nelle sue Gatha, gli inni contenuti nel testo sacro noto come Avesta.

[2] Il nome latino: Eusebius Hieronymus (Stridone, Aquileia 345 ca. - Betlemme 419) padre e dottore della Chiesa, studioso della Bibbia; la sua ope­ra più importante è la Vulgata, traduzione della Bibbia in latino. Studiò a Roma, ritirandosi poi nel deserto dove visse da asceta e approfondì lo Studio delle Scritture.

[3] Più di cento libri scritti da autori cristiani tra il Il e il IV secolo, che hanno caratteristiche comuni: somigliano infatti nella forma agli scritti del Nuovo Testamento (molti rientrano nelle categorie letterarie di Vangelo, Atti, Lettere e Apocalisse), ma non appartengono al canone del Nuovo Testamento né agli scritti dei padri della Chiesa riconosciuti. Dal greco apdkryphos, "celato o nascosto". Si fa riferimento anche alla mancanza d’ispirazione divina del libro che perde valore, mancando della peculiarità dei libri sacri e divenendo così un testo di significato oscuro e senza rivelazione.

[4] Tra tutti gli alberi ad alto fusto, i Pecchi sono quelli che si spingono più a nord, arrivando a colonizzare con le loro fitte foreste perfino il Circolo polare artico. Tuttavia, la specie più diffusa in Europa è il peccio comune, o abete rosso, che si estende dalla Lapponia ai Balcani; è coltivato per il suo legname, di grandissima importanza economica, e ha l’aspetto del tipico albero di Natale.

[5] Antica tribù germanica, stanziata originariamente nella penisola dello Jutland, corrispondente all’odierna Danimarca. Verso il 120 a.C. i teutoni si unirono ai cimbri nella loro migrazione verso sud; i due popoli si separarono nel 105 a.C. I teutoni occuparono la Gallia e vi rimasero da allora fino al 102 a.C., quando furono sconfitti dal generale romano Caio Mario ad Aquae Sextiae (l’odierna Aix-en-Provence, in Francia).

[6] Giuseppe Flavio (Gerusalemme 37 ca. - Roma 101 ca. d.C.), storico ebreo. Uomo colto, fu seguace dei farisei; prima della ribellione degli ebrei contro Roma, iniziata nel 66, godeva di appoggi alla corte di Nerone.

 

Pastore Giovanni Villari.
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